Eroi e dei nell’Iliade

La differenza tra dei ed eroi nell’Iliade di Omero

L’Iliade, uno dei più famosi poemi omerici, narra le vicende che avvengono durante il decimo anno della guerra di Troia. Esse hanno come protagonisti eroi, ovvero uomini al disopra della normalità che compiono imprese difficili, o dei, personaggi antropomorfi, ovvero con sembianze fisiche e morali umane ma con poteri sovrannaturali in grado di sconvolgere la realtà e il corso degli eventi. Durante il corso della narrazione troviamo varie differenze tra divinità ed eroi e possiamo affermare che gli eroi, benché superiori ai comuni mortali, appaiono privi della capacità di influire sugli eventi e di modificare la realtà.
Prendiamo come esempio di intervento divino la pestilenza che viene afflitta sui soldati achei. Agamennone teneva prigioniera presso le sue navi Criseide, figlia del sacerdote del dio Apollo Crise. Quest’ultimo si recò alle navi achee portando con sé un ingente riscatto da dare ad Agamennone per riavere la figlia. L’Atride (Agamennone) gli rispose che Criseide prima di poter tornare a casa sarebbe dovuta diventare sua schiava e sarebbe invecchiata ad Argo. Dopo aver detto ciò cacciò il sacerdote, il quale pregò Apollo affinché lo aiutasse. Febo scese dall’Olimpo e per punire la malvagità di Agamennone scatenò una pestilenza nel campo acheo che fece morire ed ammalare molti dei soldati. Apollo ha così modificato il corso degli eventi.
Ora prendiamo come esempio un’impresa eroica come il racconto di Ettore e Andromaca. L’eroe di Troia, Ettore, decide di seguire il consiglio, offritogli dal fratello Eléno, di tornare alla sua città natale Scee. Giunto alle porte della città Ettore incontra sua moglie Andromaca e il piccolo figlio Astianatte. Andromaca prega il marito di non andare in guerra ma rimanere con lei e il piccolo, poiché teme la morte di Ettore. L’eroe per confortarla afferma che combatte per responsabilità nei confronti dei cittadini ed è a conoscenza dei rischi a cui va incontro ma scende in guerra anche perché vuole che un giorno Andromaca venga ricordata come “la sposa di Ettore, il più potente soldato troiano”. Dopo aver spiegato all’amata i motivi della sua decisione Ettore saluta il figlio tendendogli le mani, ma il piccolo impaurito dall’aspetto che il padre aveva con indosso l’elmo di bronzo si rifiuta di abbracciarlo. Allora il padre togliendosi l’elmo solleva il figlio pregando Zeus di far crescere suo figlio affinché diventi un valoroso combattente come lui e in modo che un giorno posa rendere orgogliosa la madre portando con sé le vittime nemiche.
Da questo racconto capiamo che Ettore, come eroe, non può influenzare la crescita del bambino e di conseguenza il suo futuro. Dalle parole dell’invocazione a Zeus possiamo capire che la divinità può decidere il futuro del figlio. Abbiamo così la conferma che nell’Iliade solo le divinità possono modificare la realtà ed il futuro.

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Il ponte con il nastro di Möbius

Le superfici ordinarie, ossia le superfici che nella vita quotidiana siamo abituati ad osservare, hanno sempre due facce, per cui è sempre possibile percorrerne idealmente una senza mai raggiungere l’altra, se non attraversando una linea di demarcazione costituita da uno spigolo (chiamato “bordo”): si pensi ad esempio alla sfera, al toro, o al cilindro. Per queste superfici è possibile stabilire convenzionalmente un lato “superiore” o “inferiore”, oppure “interno” o “esterno”.
Nel caso del nastro di Möbius, invece, tale principio viene a mancare: esiste un solo lato e un solo bordo. Dopo aver percorso un giro, ci si trova dalla parte opposta. Solo dopo averne percorsi due ci ritroviamo sul lato iniziale. Quindi si potrebbe passare da una superficie a quella “dietro” senza attraversare il nastro e senza saltare il bordo ma semplicemente camminando a lungo.
Un nastro di Möbius può essere realizzato partendo da una striscia rettangolare ed unendone i lati corti dopo aver impresso ad uno di essi mezzo giro di torsione (180°). A questo punto se si percorre il nastro con una matita, partendo da un punto casuale, si noterà che la traccia si snoda sull’intera superficie del nastro, che è quindi unica.
Essendo una superficie rigata, per ogni punto sul nastro passa almeno una retta che giace sulla superficie del nastro. Sono superfici rigate il piano, il cilindro e il cono e altre, mentre non sono superfici rigate la sfera, l’elissoide e molte altre.
Nella costruzione, si ottiene un nastro di Möbius imprimendo al lato corto n mezzi giri di torsione, con n dispari (nel nastro di Möbius “classico”, n=1). Con n pari si ottiene una figura topologica diversa, questa volta orientabile, chiamata anello, equivalente ad una corona circolare
Tagliando il nastro a metà parallelamente al bordo, si ottiene un altro nastro però con una torsione intera, due bordi e due superfici diverse, quindi orientabile. La cosa interessante è che i due bordi separati dalle forbici rimangono un solo bordo, quindi la figura viene completamente tagliata a metà, ma rimane attaccata; tagliando ancora a metà il secondo si ottengono due nastri con torsione intera uno dentro l’altro. Tagliando il nastro a un terzo della sua larghezza si possono fare due giri con le forbici e si ottengono due nastri concatenati, uno grande la metà dell’altro, dove quello piccolo è ancora un nastro di Möbius, con mezza torsione, mentre quello grande ha una torsione intera.
L’oggetto deve il suo nome al matematico August Ferdinand Möbius (1790-1868) che fu il primo a considerare la possibilità di costruzione di figure topologiche non orientabili. Il simbolo matematico ∞ di infinito non fa riferimento al nastro; la sua introduzione è attribuita al matematico inglese Jhon Wallis (1616-1703).

(tratto da Wikipedia)

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